Da qualche anno, negli ambienti astronomici, si fa un gran
parlare di nuovi pianeti.
In particolare, l'attenzione è focalizzata non tanto su nuovi corpi
del nostro sistema solare, quanto su pianeti extrasolari, ovvero appartenenti
ad altri sistemi stellari: ora che infatti sembra accertata l'esistenza
di oggetti con orbite esterne a quelle di Nettuno e Plutone, che prendono
appunto il nome di "transnettuniani" e che date le loro dimensioni
non sembrano comunque meritare la qualifica di pianeti, si moltiplicano
invece le scoperte di nuovi mondi orbitanti attorno ad altre stelle.
Pur volendo limitare il discorso alla sola nostra galassia, il buonsenso
e la statistica ci dicono che su miliardi di stelle che compongono la Via
Lattea è assai probabile che qualcuna vanti un sistema planetario
più o meno complesso. Tuttavia, la quasi impossibilità di
osservare direttamente un pianeta extrasolare (è già difficile
osservare Plutone, che astronomicamente parlando è "a due passi"
dalla Terra), scoraggerebbe il ricercatore più ottimista, ma ormai
da diversi anni si moltiplicano gli annunci di scoperte di nuovi pianeti.
Com'è possibile tutto questo?
In effetti si tratta di scoperte indirette, ovvero di pianeti non osservati
direttamente al telescopio, ma di cui si è arrivati a dedurne l'esistenza
da certi "indizi".
Per capire quali, ripercorriamo la storia della prima "scoperta",
avvenuta ad opera di alcuni ricercatori dell'Università di Manchester
nei primi anni '90, che dunque annunciarono di aver "osservato"
il primo pianeta extrasolare servendosi della pulsar PSR 1829.
Le pulsar, o stelle a neutroni, sono il residuo dell'esplosione di una supernova.
Esse hanno piccole dimensioni (qualche decina di chilometri di raggio) e
sono ultradense: con una densità di circa 10 trilioni di volte quella
dell'acqua, un cucchiaino di questa materia ha la massa di una montagna.
Le pulsar hanno la caratteristica di emettere forti segnali radio da una
ristretta regione prossima al polo magnetico. Tali impulsi, a causa dell'elevatissima
velocità di rotazione delle pulsar stesse impressa loro dall'esplosione
che le ha generate, vengono propagati nello spazio (e captati a Terra tramite
radiotelescopi) ad intervalli regolarissimi, da cui appunto il nome "pulsar".
Invece PSR 1029, che si trova a circa 25mila anni-luce da noi, aveva attirato
l'attenzione per il fatto che gli impulsi da essa emessi raggiungono la
Terra in modo irregolare e ciclico: per tre mesi arrivano un centesimo di
secondo prima di quando dovrebbero, poi, per altri tre mesi, gli intervalli
di tempo aumentano fin quando gli impulsi arrivano con un centesimo di secondo
di ritardo.
Questo potrebbe essere spiegato dalla presenza di un pianeta molto massiccio
nei pressi della pulsar in questione: i due corpi orbiterebbero attorno
ad un comune centro di gravità, per cui la pulsar si avvicinerebbe
ed allontanerebbe alla Terra (a seconda della sua orbita attorno al centro
gravitazionale) in modo ciclico, modificando così di volta in volta
la lunghezza del percorso che i suoi impulsi devono fare per raggiungerci,
e, conseguentemente, il tempo da questi ultimi impiegato per il viaggio
verso di noi (vedi disegno).
Il periodo orbitale della pulsar sarebbe ovviamente di sei mesi, mentre
pare che il pianeta "compagno" abbia una massa pari a dieci volte
quella terrestre.
Alcuni astronomi contestarono la sicurezza con la quale i ricercatori dell'Università
di Manchester affermarono che l'anomalia osservata nel comportamento di
PSR 1829 sia dovuta alla presenza di un pianeta, critiche alle quali si
rispose che, pur potendovi essere altre spiegazioni, quella di un pianeta
appariva la più probabile.
E senz'altro questa teoria era anche la più suggestiva: da sempre
l'uomo è affascinato dalla possibile esistenza di civiltà
extraterrestri o di semplici forme di vita aliena.
Le pulsar tuttavia hanno quasi certamente un campo elettrico molto intenso,
che può staccare ed accelerare particelle cariche dalla loro superficie:
sul pianeta in questione vi sarebbero dunque condizioni tali da renderlo
inabitabile per qualsiasi organismo vivente, almeno tra quelli noti.
Da allora, come detto, si sono moltiplicate le scoperte indirette
di pianeti orbitanti attorno ad altre stelle, grazie ad altre pulsar con
anomalie simili a quella di PSR 1829. Ma più di recente sembrano
essere stati osservati attorno ad alcune stelle dischi protoplanetari, ovvero
dischi di polveri e materia varia in aggregazione: una situazione simile
a quella che diede vita ai pianeti del nostro sistema solare.
Il prossimo passo sarà costituito certamente dalla costruzione di
telescopi spaziali sempre più potenti che, con tecniche di osservazione
oggi già in uso, permetteranno tra non molto l'osservazione diretta
in visuale di questi oggetti che tanto interesse suscitano anche al di fuori
della comunità scientifica.